
Tempo fa una mia amica mi ha parlato del kintsugi, l’antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti rotti con l’oro. Invece di nascondere le crepe, il kintsugi le valorizza. I segni della frattura diventano tratti distintivi, simboli di bellezza e forza.
Questa immagine mi ha colpita profondamente. E mi ha fatto pensare al lavoro.
Nel mio contesto professionale, un sistema complesso e sfidante, di “vasi rotti” se ne incontrano ogni giorno. Progetti che si inceppano, processi da ricucire, comunicazioni che si spezzano.
Di fronte a questi momenti è facile sentirsi sopraffatti, frustrati, o rifugiarsi nel lamento. Ma c’è un altro modo: cambiare prospettiva.
Immagino di avere in mano un pennello intinto nell’oro. E provo a guardare ogni crepa come un punto di partenza per una trasformazione. Non si tratta di negare l’errore o la fatica, ma di dare a quella rottura una nuova forma, un nuovo senso.
🖌️ I pennelli d’oro del kintsugi
Questa mentalità richiede coraggio, apertura, presenza. Chiede di spostare lo sguardo dalla cosa danneggiata al suo potenziale nascosto. E nel farlo, ci accorgiamo che proprio ciò che era imperfetto può diventare prezioso.
Il kintsugi, in fondo, è una metafora potente per affrontare le difficoltà lavorative, le sfide relazionali, le fratture nei team. Possiamo scegliere se lasciare le crepe come cicatrici invisibili o se renderle trame dorate che arricchiscono la storia del nostro percorso.
Io credo di avere i miei “pennelli d’oro”:
- la capacità di osservare senza giudicare,
- la fiducia nel cambiamento,
- la volontà di trasformare ogni crisi in una domanda generativa.
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E forse è proprio questo che ci fa crescere, anche nel lavoro: imparare a non nascondere le fratture, ma a usarle per creare qualcosa di nuovo e bello.
